08/04/10

Libera informazione contro tutte le mafie!

Mercoledì 14 aprile terzo appuntamento con Diritti Negati 2010 presso il Laboratorio Occupato Autogestito Acrobax all'ex-cinodromo, in via della vasca navale 6, zona Marconi/San Paolo.

Serata dedicata alla libertà d'informazione e alla lotta contro le mafie, con la proiezione del film FORTAPÀSC: la vicenda del giornalista praticante del Mattino di Napoli Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra nel 1985 a soli 26 anni, "colpevole" di aver portato l'attenzione dei media sulle manovre della criminalità organizzata.

Dalle 20 in funzione bar e trattoria.
A seguire, alle 21, proiezione del film
FORTAPÀSC (di Marco Risi, Italia 2009)

INGRESSO GRATUITO

Saranno inoltre presenti i ragazzi di Amnesty International - gruppo 251 di Roma, per raccogliere firme a sostegno delle loro petizioni.

"Gli ingredienti per realizzare l’ennesima agiografia di una vittima (dimenticata) della camorra c’erano tutti. C’era la vicenda personale di Giancarlo Siani, c’erano gli Ottanta, quelli dei tangentisti e dei faccendieri, delle commesse e della corruzione, delle spese inutili e della burocrazia gonfiata, degli omicidi del generale Dalla Chiesa, c’era un Paese sordo alle idee di Siani che scriveva (e lavorava) per un’Italia migliore, c’era l’inevitabile sacrificio finale. Ma Marco Risi non ha realizzato un altro film sulla camorra, concentrandosi esclusivamente sulle tappe di avvicinamento di Siani prima a una consapevolezza di sé e della lotta politica, poi a una strategia letteraria e provocatoria. La camorra è in ogni gesto di chi si oppone a Siani, in ogni silenzio indifferente, nelle grottesche indagini dei carabinieri, nella "clemenza" della magistratura, nelle assurde pratiche rituali di "guappi" spietati e armati, che intendono porre la corruzione e la violenza come norma fondamentale di convivenza sociale.
[...]
Con la linearità di un cinema che non ha tesi da dimostrare ma una bruciante urgenza di raccontare, Fortapàsc mette in piazza una classe politica che mira alla propria autoconservazione, una società incivile che chiede la legittimazione di essere incivile e un giornalismo (impiegatizio) che continua a ignorare le proprie responsabilità nel degrado sociale, etico, linguistico e culturale del Paese."
(da www.mymovies.it)

07/04/10

Cinema glbt a Roma

Considerato il successo di pubblico dell'ultimo film proiettato, "Milk", riceviamo e segnaliamo a tutti gli appassionati di cinema glbt il programma della nuovissima rassegna organizzata da Buzz Intercultura:

"Rainbow Cine - Film inediti gay-lesbici dal mondo sottotitolati in italiano"
tutti i venerdí di aprile e maggio 2010 alle 21
presso la LIBRERIA GABI INTERNATIONAL
via Gabi, 30 a-b-c (metro S. Giovanni), Roma

PROGRAMMA:
- 9 aprile 2010: "Oxygono (Blackmail Boy)" (Grecia 2003, 100')
- 23 aprile 2010: "L'isola di Lesbo [Isle of lesbo]" (USA 1997, 98')
- 30 aprile 2010: "The Reception" (USA 2005, 80')
- 7 maggio 2010: "Amnesia: The James Brighton Enigma" (Canada 2005, 90')
- 14 maggio 2010: "Itty Bitty Titty Commettee" (Usa 2007, 85')
- 21 maggio 2010: "Shelter" (USA 2007, 97')
- 28 maggio 2010: "Coming Out" (Germania Est 1989, 113')

Prima di ogni film verranno proiettati alcuni video e cortometraggi sottotitolati in italiano ed inediti in Italia.

Tutte le info sul blog di BuzzIntercultura, dove tutti i video (esclusi i film) possono essere scaricati.

Segnaliamo inoltre, ogni lunedì sera, la rassegna "Another gay movie" presso il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli.

02/04/10

Gay liberation

Mercoledì 7 aprile secondo appuntamento con la nuova edizione di "Diritti Negati" presso il Laboratorio Occupato Autogestito Acrobax all'ex-cinodromo, in via della vasca navale 6, zona Marconi/San Paolo.

Serata dedicata alla lotta contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l'identità di genere, con la proiezione del film MILK, vincitore di due premi Oscar: la storia di Harvey Milk, il primo consigliere comunale apertamente gay di San Francisco, nonché uno dei maggiori rappresentanti del movimento di liberazione omosessuale.

Dalle 20 e per tutta la serata in funzione bar e trattoria.
A seguire, alle 21, proiezione del film
MILK (di Gus Van Sant, USA 2008)

INGRESSO GRATUITO

Saranno inoltre presenti i ragazzi di Amnesty International - gruppo 251 di Roma, per raccogliere firme a sostegno delle loro petizioni.

25/03/10

Seconda edizione: si riparte dall'Acrobax!

Ogni mercoledì dal 31 marzo al 28 aprile c/o L.o.a. Acrobax

Città del Messico, San Francisco, Napoli, Beirut, Calais: le cinque tappe della nuova edizione di Diritti Negati, la rassegna di cinema sociale che per il secondo anno consecutivo sbarca a San Paolo per promuovere una cultura delle differenze.

Dopo il successo della scorsa primavera presso il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, stavolta gli incontri avranno luogo ogni mercoledì dal 31 marzo al 28 aprile negli spazi del L.o.a. Acrobax presso l’ex-cinodromo della capitale, in via della vasca navale 6, a breve distanza dalla metro B “Basilica San Paolo”.

Dalle ore 20.00 in funzione trattoria e wine bar per l’aperitivo, a seguire alle 21 è prevista la proiezione del film. L’ingresso è gratuito.
Ad ogni incontro saranno presenti i ragazzi del Gruppo 251 di Amnesty International per raccogliere le firme per le loro petizioni contro vari casi di negazione dei diritti umani nel mondo.

Dal 2002 il Laboratorio Occupato Autogestito Acrobax ha restituito alla città uno spazio abbandonato salvandolo dalla speculazione edilizia e facendone un luogo di attraversamento culturale e di aggregazione, in costante lotta contro la frammentazione sociale e l'isolamento. L'ex-cinodromo è parte di una comunità attiva che vuole trasformare il presente.


Maggiori informazioni:
http://dirittinegati2010.blogspot.com
dirittinegati@live.it
www.acrobax.org

***
Programma:

1. Ossessione sicurezza
Mercoledì 31 marzo 2010
La zona (di Rodrigo Plà, Messico 2007)

2. Lotta alla discriminazione in base all’orientamento sessuale
Mercoledì 7 aprile 2010
Milk (di Gus Van Sant, USA 2008)

3. Libertà d’informazione e lotta alle mafie
Mercoledì 14 aprile
Fortapàsc (di Marco Risi, Italia 2009)

4. L’assurdità della guerra
Mercoledì 21 aprile 2010
Lebanon (di Samuel Maoz, Israele 2009)

5. Libertà di movimento e diritto di asilo
Mercoledì 28 aprile 2010
Welcome (di Philippe Lioret, Francia 2009)

02/07/09

Appuntamento a ottobre!

Diritti Negati dà appuntamento a ottobre su questo blog per le novità sulla rassegna...

Buona estate!

01/06/09

Documento politico RomaPride 2009

Nel 1969, a New York, la ribellione nel bar gay allo Stonewall Inn, nel Greenwich Village, fece la storia del movimento lgbtq. La notte del 27 giugno la polizia vi irruppe, come aveva già fatto decine e decine di volte, in maniera prepotente e minacciosa. Al contrario delle altre volte l’ulteriore angheria produsse stavolta una reazione a catena. Sylvia Rivera, transgender, insieme a tante e tanti altri si opposero a questo ulteriore sopruso con tre giorni di scontri, dando inizio a proteste e contestazioni che da New York dilagarono dapprima negli Stati Uniti e poi in tutto il mondo. Oggi la ribellione di Stonewall è universalmente riconosciuta come data di nascita del movimento di liberazione di lesbiche, gay e transgender/transessuali.

A quarant’anni da quella data il RomaPride 2009 ricorda e difende quel momento storico come nostra memoria collettiva, utilizzando i mezzi essenziali e congeniali ad ogni Pride: un corteo pieno di musica, allegria, proposte, liberazione, lotta e creatività unitamente a richieste, rivendicazioni politiche e opposizione verso ogni repressione e ogni negazione del riconoscimento di fondamentali diritti civili. Il Pride è il momento di maggiore visibilità della comunità lgbtq e si pone a coronamento di un’attività politica e sociale quotidiana fatta di relazioni con le istituzioni, le forze politiche e con la società civile, con i media per dare spazio alle richieste di rinnovamento della società. Nel Pride si ritrovano convergenti ed unite, in un corteo pacifico e propositivo, tutte le persone e le soggettività politiche ed associative che si battono per costruire una società inclusiva, laica, aperta, solidale, capace di accogliere le diversità e che rifugga dall’omologazione, rifiutando a gran voce e con convinzione i tentativi di trasformare le singole persone in soggetti identici, immobili, ubbidienti, silenziosi e nascosti.

“Liberi tutti, libere tutte” è lo slogan del RomaPride 2009.

Lesbiche, gay, bisessuali, transgender/transessuali, queer e tante/i donne e uomini libere/i sfileranno a Roma come accade ogni anno sin dal 1994. Il 13 giugno 2009 un corteo forte di idee, libero, gioioso, pacifico, orgoglioso e rivendicativo attraverserà le strade della Capitale. E come sempre il RomaPride sarà di tutti/e coloro che vorranno viverlo con entusiasmo, passione e gioia di vivere, per la piena visibilità delle scelte di vita, che devono essere libere per tutti e tutte.

Al grido di “Liberi tutti, libere tutte” il corteo attraverserà la città con le stesse rivendicazioni degli ultimi anni, che si possono riassumere in Parità, Dignità, Laicità. Queste parole costituiscono l’essenza delle richieste e delle esigenze dei cittadini e delle cittadine lesbiche, gay, bisessuali, transgender/transessuali e queer, ma rappresentano anche le basi di una democrazia libera e matura che, in questo momento storico e politico nel nostro Paese sembrano allontanarsi ogni giorno di più. La completa indifferenza alle istanze e alle necessità della comunità lgbtq, a differenza di altri paesi europei dove i movimenti hanno raggiunto dei traguardi almeno legislativi per le persone lgbtq, per le loro relazioni, per le loro famiglie, per i loro figli e le loro figlie, evidenziano il clima repressivo e clericale dell’Italia e pongono il nostro Paese all’ultimo posto di una classifica che non gli fa onore.

In questa fase della storia italiana, mortificata da un clima di integralismo ideologico, la liberazione riguarda tutte e tutti. Inoltre ricordiamo anche la legge sulla procreazione assistita, ideologica e incongrua, come del resto ha affermato anche la Corte Costituzionale; le scelte del governo rispetto ai temi etici, arretrate e spinte dall’idea di una morale unica di Stato, così come si prospetta ultimamente con la legge sul testamento biologico, che vorrebbe imporre a tutti come morire. Ma anche gli interventi sulla sicurezza non sono degni di un Paese responsabile, solidale e pluralistico, dunque libero, nel momento in cui si scelgono le incontrollabili ronde private oppure si imputa a stranieri/e, o in generale a diversi/e di essere fonte e problema delle violenze e delle insicurezze sociali. A favorire talune di queste operazioni è la continua, inopportuna e grave ingerenza politica delle gerarchie vaticane che, forti di una loro presenza trasversale all’interno dei partiti, usano il sentimento religioso per precludere anche la sola discussione di leggi contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia e per la tutela dei diritti della comunità lgbtq. Si denuncia quindi come la carenza di laicità abbia ricadute negative e talora drammatiche sulle nostre vite.

Per quanto riguarda i diritti sociali, civili e umani la protesta della comunità lgbtq è e sarà vibrante ed irrinunciabile. L’attuale governo è restio a qualsiasi dibattito sui diritti civili e sociali, nonostante il senso comune dei cittadini e delle cittadine stia cambiando in positivo rispetto alle tematiche e alle richieste lgbtq, e sia molto più laico e aperto in generale. I contenuti culturali e conservatori proposti dalla destra su questi temi vengono utilizzati in maniera strumentale e ipocrita: la comunità lgbtq viene spesso accusata di pretendere diritti che non le spettano, di minare alle basi la società civile con la richiesta di riconoscimenti delle coppie omosessuali e di leggi che le tutelino, di insidiare e indebolire la famiglia “naturale” con il riconoscimento delle nuove famiglie, tra cui anche quelle omogenitoriali.

Perdura quindi una colpevole disattenzione legislativa per una grande percentuale di cittadine e cittadini italiani, nonostante le persone lgbtq continuino ad avere le stesse vite e le stesse esigenze.

Il messaggio alla politica istituzionale deve essere chiaro: alle posizioni retrograde del Pdl reagiamo fermamente con la nostra protesta. Del resto ribadiamo le nostre critiche al Partito Democratico per le proprie posizioni tiepide ed ambigue sul tema dei diritti civili e sociali. Quindi a tutte le forze politiche indistintamente richiediamo una maggiore attenzione rispetto agli stimoli e alle proposte che provengono dai singoli/e cittadini/e, dalle associazioni, dalle reti e dai movimenti. Il nostro momento unitario di lotta e di visibilità, il Pride, è l’occasione per tutte le forze politiche di prendere una posizione rispetto a temi etici, sociali e civili che non riguardano ormai solo le persone lgbtq ma che investono tutta la cittadinanza.

Il RomaPride 2009 è, da questo punto di vista, il luogo dove hanno cittadinanza i diritti di tutti e tutte, la manifestazione con la massima esposizione dei corpi e delle idee, della libertà, della solidarietà, della varietà di orientamenti sessuali, dell’ identità di genere e della fantastica ricchezza delle differenze etniche, politiche e religiose.

“Liberi tutti, libere tutte” rivendica l’antifascismo, l’antisessismo e l’antirazzismo quali elementi indispensabili e centrali per ogni lotta di liberazione e ribadisce il proprio carattere pacifico e di lotta alla violenza in tutte le sue forme, affermando la sua vocazione contro ogni forma ditotalitarismo, sia esso teocratico, economico, politico o sociale. Il RomaPride 2009 ribadisce anche la propria incontestabile ed ineluttabile affinità con le rivendicazioni del movimento femminista riaffermando che il destino di una società progressista ed evoluta passa anche attraverso l’autodeterminazione delle donne e la piena cittadinanza delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender/transessuali e queer.

Il RomaPride 2009, con la sua marcia pacifica, è una forma di autodifesa per ogni lesbica, gay, bisessuale, transgender/transessuale e queer dall’omofobia, dalla lesbofobia e dalla transfobia, così come ribadisce la sua difesa dalla violenza fisica e la denuncia del sistema patriarcale come causa delle violenze contro le donne, i minori, i disabili, le lesbiche, i gay e le persone transgender/transessuali.

http://www.romapride.it

26/05/09

Contro omofobia e transfobia

In occasione della Giornata Internazionale contro l'Omofobia, Diritti Negati chiude l'ottava serata - dedicata al diritto alla non discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale - con l'intervento di Andrea Maccarrone del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli.



14/05/09

Domenica 17 maggio: STONEWALL

Alle origini del Gay Pride
Liber@ di essere

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”
Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 3


Domenica 17 maggio - in occasione della V Giornata Internazionale contro l'Omofobia - alle 20.30 l'ultimo appuntamento con "Diritti Negati", la rassegna di cinema sociale sul tema della violazione delle libertà personali e dei diritti fondamentali organizzata dal Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli presso la sede in via Efeso 2a, metro B “Basilica S. Paolo”.

Ad aprire la serata sul Diritto alla non discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale l'intervento dello stesso Circolo Mario Mieli, da oltre 25 anni impegnato nella lotta per la rivendicazione e la tutela dei diritti civili delle persone glbtq (gay, lesbiche, bisessuali, trans/gender, queer) nonché organizzatore del Gay Pride romano.

A seguire, proiezione di
STONEWALL (di Nigel Finch, UK 1995)
per conoscere da dove hanno origine le manifestazioni dell'orgoglio omosessuale che da decenni si svolgono in numerose città del mondo.

Saranno inoltre presenti i ragazzi di Amnesty International - gruppo 251 di Roma, per raccogliere firme a sostegno delle loro petizioni.

12/05/09

Articolo 21 a Diritti Negati

L'intervento di Santo Della Volpe, giornalista del TG3 e rappresentante di Articolo 21.







03/05/09

Domenica 10/05: GOOD NIGHT, AND GOOD LUCK

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”
ONU, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Art. 19

Un coraggioso giornalista Tv si batte contro McCarthy e la sua "caccia alle streghe".
Una lezione di liberalismo autentico che prende spunto dal passato

È la sera del 25 ottobre 1958, una cena celebra l’attività di Edward R. Murrow, anchorman e giornalista della Cbs, conduttore del talk show Person to Person e del notiziario See It Now: foto di gruppo, brusio di voci, il blues nell’aria. In controluce, delineato dal fumo della sigaretta, ecco il profilo di Murrow, che poi sale sul podio a parlare. Parole dure e quiete: siamo tutti grassi e felici, la televisione è fatta per distrarci e isolarci, riflette solo evasione e decadenza…

Stacco: 14 ottobre 1953. Comincia qui, durante una normale riunione di redazione, la guerra privata di Ed Murrow (che durante la Seconda guerra mondiale si è fatto una grande reputazione con i suoi reportage da Londra squassata dalle bombe naziste) contro il moloch aggressivo che minaccia le libertà elementari degli Stati Uniti: il senatore Joseph McCarthy, che con la sua Commissione per le attività antiamericane sta indagando, processando, rovinando chiunque gli capiti a tiro, chiunque si ostini a difendere la libertà di parola, di opinione, di circolazione, di espressione. La paura e il sospetto sono nell’aria, ma Murrow e la Cbs non si tirano indietro.

Di questo parla Good Night, and Good Luck: di televisione, che deve anche ”istruire e illuminare; altrimenti sono solo fili e luci in una scatola”, e di liberalismo autentico, dove esistono contraddittorio e informazione, e di una sfida vinta per tenacia.

George Clooney parla di un episodio del passato pensando al presente, e lo fa con un coraggio che è non solo ideale, ma soprattutto stilistico. Chiuso tra gli uffici e gli studi della Cbs e il bar all’angolo dove si ritrovano i giornalisti (a parte due brevissime scene familiari), ostinatamente attaccato ai volti e ai gesti dei personaggi e ai loro dialoghi serrati, scandito con una velocità adrenalinica che però sa anche prendersi minuti di silenzio, "Good Night, and Good Luck" rielabora una struttura classica (quella dei Kazan-Lumet-Penn degli anni ‘50 e ’60) con i piani sequenza, l’overlapping dialogue e gli zoom del cinema Usa anni ’70, di Altman e Scorsese. Non divaga, non “alleggerisce”, non concede spazi alla distrazione. Con un bianco e nero pastoso e contrastato, dialoghi stringati alla Ben Hecht, un cast esemplare (David Strathairn, attorniato da Clooney, Daniels, Langella, Downey jr. e gli altri), tiene in perfetto equilibrio il piacere della narrazione e l’esigenza morale.


Domenica 10 maggio 2009 h.20,30
Good night, and good luck (di George Clooney, USA 2005)


Ad aprire la serata sul Diritto alla libertà di espressione l'intervento di Giuseppe Giulietti di Articolo 21, associazione da sempre impegnata per un'informazione critica e indipendente.

26/04/09

Casa dei Diritti Sociali, C.I.R. e Città dell'Utopia a DN

Gli interventi di Carla Baiocchi della Casa dei Diritti Sociali-FOCUS, Marina Bozzoni del Consiglio Italiano per i Rifugiati e Caterina Amicucci della Città dell'Utopia alla sesta serata di Diritti Negati, dedicata al diritto alla libertà di movimento e diritto di asilo.







15/04/09

Migranti, rifugiati e libertà di movimento

In un mondo dove merci e capitali circolano liberamente, la maggior parte degli uomini non possono farlo...

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni”
ONU, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Artt. 13 e 14

Domenica 19 aprile alle 20.30 sesto appuntamento con "Diritti Negati", dedicato al Diritto alla libertà di movimento e diritto di asilo.

Ben tre gli interventi di apertura previsti: quello del C.I.R. - Consiglio Italiano per i Rifugiati, quello della Casa dei Diritti Sociali-FOCUS e quello della Città dell'Utopia. Per parlare di migranti e accoglienza, "viaggi della speranza" e traffico di uomini.

A seguire, proiezione del film
COSE DI QUESTO MONDO
("In this world", di Michael Winterbottom, UK 2002)
Orso d'Oro al Festival di Berlino 2003

Saranno inoltre presenti i ragazzi di Amnesty International - gruppo 251 di Roma, per raccogliere firme a sostegno delle loro petizioni.

Il Consiglio Italiano per i Rifugiati è un’organizzazione umanitaria indipendente costituitasi sotto il patrocinio dell’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR). Il suo obiettivo è la difesa dei diritti dei rifugiati e dei richiedenti asilo in Italia.

La Casa dei Diritti Sociali è un'associazione di volontariato laico impegnata nella promozione dei diritti umani e sociali dei settori più deboli della popolazione in Italia e nel Sud del mondo.

La Città dell’Utopia, infine, è un laboratorio sociale e culturale che affronta i principali temi legati ad un nuovo modello di sviluppo locale e globale, più equilibrato, sostenibile e giusto.

12/04/09

Domenica 19/04: COSE DI QUESTO MONDO

L'odissea di due profughi afgani, dal Pakistan a Londra

Orso d’oro al Festival di Berlino 2003

La storia di due ragazzi afgani, Jamal e Enayatullah, che dal campo profughi di Peshawar in Pakistan rischiano la vita per riuscire a raggiungere la loro terra promessa, un occidente incommensurabilmente ricco rispetto allo scenario da cui i due giovani provengono e attraverso cui, in un’odissea on the road fra trafficanti di uomini, clandestinità e umiliazioni, sono costretti a passare.

"Cose di questo mondo" non è un documentario in senso stretto, appartiene di più al filone della docu-fiction. Non è un documentario perché la vicenda narrata non è accaduta realmente e si basa su di una, seppur esilissima, sceneggiatura e utilizza un montaggio e una colonna sonora, anche se assume la realtà come mondo di referenza, e la messa in scena è ridotta al minimo: gli attori non professionisti, la luce esclusivamente naturale, una troupe "leggera", e il ricorso alla manovrabilità fisica e alla "trasparenza estetica" del video.

Il film di Michael Winterbottom non è certamente un film perfetto. Prima di tutto perché non è un film, come detto, e non raggiunge il risultato estetico che ci si aspetterebbe da un film, ma soprattutto perché non contiene quella riflessione sul cinema che sembra esser diventata la condizione necessaria e sufficiente per rendere il cinema semidocumentario "digeribile" al pubblico, ma soprattutto alla critica occidentale.

Ma se non c’è più la metafora, rimane comunque uno sguardo, quello di Winterbottom, che ha il coraggio di raccontare una parte della realtà meno (ri)conosciuta di questo mondo, che accade adesso e che vuole impegnare le coscienze e gli sguardi di un pubblico occidentale che troppo spesso, questa sì è ipocrisia, vuole ostinarsi a pensare e vedere quello che non ha sotto gli occhi attraverso una mistificazione che ha nel registro grottesco e nei contenuti del kitsch (East is East, Jalla Jalla) la sua essenza più genuinamente globalizzante. Da donare alla vista, perché il fine (l’impegno civile) a volte deve fare a meno dei mezzi (le forme patinate), per farsi documento dei tempi.

Winterbottom ha volutamente scelto i protagonisti del film nei campi profughi di Peshawar, cosa che lo ha costretto a ridurre all’osso la sceneggiatura, lasciando gran parte dei dialoghi all’improvvisazione dei due personaggi reali. Anche la regia, che ricalca lo stile documentaristico, si affida alla praticità e maneggevolezza di una piccola videocamera digitale e all’assenza di illuminazione artificiale, rinunciando per scelta etica a qualsiasi estetica.

Lo spettatore si identifica così perfettamente nella sofferenza e fatica dei due giovani protagonisti, i cui volti rimarranno scolpiti a lungo nella memoria. Il desiderio dichiarato del regista è mostrare le condizioni di non vita di milioni di persone, non solo chi è perseguitato politicamente e che è oggetto di un trattamento più morbido da parte delle autorità occidentali, ma soprattutto chi è spinto dalla miseria e dall’assenza di prospettive a cercare la fortuna all’estero.

L’obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica a fronte di una migrazione di popoli che ha assunto ormai dimensioni epocali e che non potrà non avere ripercussioni sulla vita di ognuno di noi. Colpiscono lo spettatore anche le scene in cui i ragazzi vendono oggetti inutili, chiedendo di fatto l’elemosina, e che gli occidentali rifiutano garbatamente eppure fermamente. L’indifferenza coinvolge noi tutti e ci rende colpevoli e complici di un traffico di persone che arricchisce la malavita e anche nostri connazionali “onesti” che speculano sulla pelle di persone che non hanno più nulla da perdere.

Un film di denuncia, utile e necessario, che scuote le coscienze di ognuno di noi risvegliandoci dal torpore televisivo e mediatico in cui sembriamo essere irrimediabilmente sprofondati.

(Massimiliano Troni e Mariella Minna, www.centraldocinema.it)

01/04/09

Zygmunt Bauman e Mike Davis

sull'ossessione sicurezza nella metropoli contemporanea


AL DI LA' DELLA LEGGE (di Zygmunt Bauman)

«Oggi sappiamo», scrive Thomas Mathiesen, «che il sistema penale colpisce le fasce sociali basse» piuttosto che quelle alte. Ciò dipende dalle intenzioni esplicitamente selettive dei legislatori, preoccupati, com'è logico, non della conservazione dell'«ordine in quanto tale», ma di una determinata forma di ordine. Le azioni che potrebbero essere commesse da individui esclusi da quell'ordine sono menzionate nel codice penale, invece derubare intere nazioni delle proprie risorse si chiama «promuovere il libero mercato» e privare famiglie e comunità dei mezzi necessari alla sussistenza si chiama «ridimensionamento» o semplicemente «razionalizzazione». Niente di tutto ciò è mai comparso nella lista degli atti criminali e passibili di punizione.

Inoltre, come ogni unità di polizia diretta contro i «crimini gravi» sa bene, i reati commessi nelle «alte sfere» sono estremamente difficili da far emergere in mezzo alla fitta rete delle attività «ordinarie» e quotidiane delle aziende. Nelle attività che perseguono il profitto personale a spese altrui, il confine tra ciò che è permesso e ciò che non lo è diventa labile e costantemente controverso, nulla a che vedere con atti come scassinare una cassaforte o forzare una serratura.

Non sorprende che, come sostiene Mathiesen, le carceri siano «piene di persone di estrazione sociale povera che hanno commesso furti e altri reati "tradizionali"». Proprio perché definiti in modo insufficiente, i reati «delle alte sfere» sono anche terribilmente difficili da scoprire e ancor più da perseguire. Vengono perpetrati all'interno di circoli chiusi, composti da persone legate da reciproca complicità, lealtà verso l'organizzazione ed "esprit de corps", persone che generalmente adottano sofisticate misure per localizzare, far tacere o eliminare i potenziali controlli.

Tale livello di sofisticazione legale e finanziaria è virtualmente impossibile da penetrare per chi sta fuori. E poi «non hanno un corpo», esistono in uno spazio etereo di pura astrazione: sono letteralmente invisibili, ed è necessaria un'immaginazione analoga a quella di chi commette i reati per cogliere la sostanza di una forma sfuggente. Come a voler proteggere il «crimine delle alte sfere», il controllo in questi ambienti è generalmente incostante o raro, nel peggiore dei casi inesistente. Solo una frode colossale, una truffa le cui vittime - pensionati o piccoli risparmiatori - abbiano un nome e un cognome (e anche in quel caso è necessario attivare le esagerazioni di piccoli o grandi eserciti di giornalisti), può attirare l'attenzione del pubblico e di tenerla fissa per più di uno o due giorni. Il crimine «delle alte sfere» (generalmente «alte» in senso extraterritoriale) può contribuire, o addirittura determinare il senso di insicurezza esistenziale dei cittadini ed è così rilevante per l'Unsicherheit da opprimere gli individui della società tardo-moderna ossessionandoli con la loro sicurezza personale; tuttavia, nemmeno usando grande immaginazione esso può essere percepito, di per sé, come una minaccia a tale sicurezza.

Il pericolo che può essere identificato nel «crimine delle alte sfere» è di ordine totalmente differente. Trovare il modo di portare i colpevoli davanti alla giustizia potrebbe alleviare le paure quotidiane ascrivibili a pericoli più tangibili che si annidano nei quartieri violenti delle città. Tuttavia non si ottiene un grosso capitale elettorale «mostrando di fare qualcosa» contro i «crimini delle alte sfere». E altrettanto poca è la pressione politica esercitata sui legislatori e sui tutori dell'ordine affinché si impegnino a rendere più efficace la lotta contro questo genere di reati. Non c'è paragone con il clamore pubblico che si solleva contro ladri di macchine, scippatori, violentatori, e anche contro i tutori di legge e ordine sospettati di non svolgere efficacemente il proprio lavoro, o di essere troppo indulgenti nel comminare pene carcerarie «a chi se lo merita».

Infine, c'è il grande vantaggio di cui la nuova élite globale gode rispetto ai tutori dell'ordine: l'ordine è locale, mentre l'élite e le leggi cui obbedisce il libero mercato sono translocali. Se i tutori dell'ordine locale diventano troppo invadenti, c'è sempre la possibilità di spostarsi. Ci sono sempre posti dove l'ordine locale non si scontra con le attività del mercato globale, oppure dove i tutori dell'ordine sono pronti a chiudere un occhio.

Tutti questi fattori convergono in un risultato: l'identificazione del crimine con l'underclass (sempre locale) oppure - il che è lo stesso - la criminalizzazione della povertà. Le tipologie criminali più comuni provengono, agli occhi dell'opinione pubblica e quasi senza eccezioni, dai gradini più bassi della società.
I ghetti urbani e le no-go-areas sono considerati terreno fertile per il crimine e i criminali. Nel 1940 Donald Clemmer coniò il termine «prigionizzazione» per indicare i veri effetti della reclusione, profondamente diversi dall'impatto di «rieducazione» e «riabilitazione» che gli attribuiscono i suoi teorici e sostenitori. Clemmer trovò i detenuti assimilati a una «cultura del carcere» profondamente rigida che li rendeva ancora più incapaci di seguire le regole della vita «normale». Come tutte le culture, anche quella del carcere aveva la capacità di auto-riprodursi. Il carcere era e rimane, secondo Clemmer, una scuola di criminalità. Nel 1954 Lloyd McCorkie e Richard R. Korn pubblicarono altre riflessioni che portarono alla luce i meccanismi che rendono le carceri scuole di criminalità. Secondo i dati da loro raccolti, l'intero processo culminante nell'incarcerazione è, in un certo senso, un lungo e strutturato rituale di rifiuto simbolico ed esclusione fisica. Rifiuto ed esclusione puntano a ottenere, attraverso l'umiliazione, che i rifiutati e gli esclusi accettino la propria inferiorità sociale.

Non sorprende allora che le vittime organizzino la loro difesa. Anziché accettare umilmente il rifiuto e convertirlo in auto-esclusione, preferiscono rifiutare chi li esclude. Per questo scopo, gli esclusi ricorrono ai mezzi a loro disposizione, che contengono tutti una certa dose di violenza: la sola risorsa che possa aumentare il loro «potere di disturbo» e che possono opporre allo schiacciante potere di chi li esclude. La strategia di «rifiutare chi li esclude» si fonde rapidamente con lo stereotipo dell'escluso, annettendo all'immagine del criminale il tratto della «propensione alla recidiva».

Le carceri appaiono allora come strumento principale di una profezia auto-avverante. Questo non significa che il crimine non abbia altre origini, significa però che l'esclusione e il rifiuto messi in atto dal sistema carcerario sono parte integrante della produzione sociale del crimine, la cui influenza non può essere nettamente estrapolata dalle statistiche complessive sull'incidenza della criminalità.

(tratto da "Questioni sociali e repressione penale", estratto da "Periferie dell'impero. Poteri globali e controllo sociale" a cura di Silvio Ciappi, DeriveApprodi, 2003)


FORTEZZA LOS ANGELES (di Mike Davis)

Dai giardini ricamati del Westside benestante spuntano come pianticelle inquietanti i cartelli che minacciano 'Risposta Armata!'. I quartieri ancora più esclusivi, situati nei canyon e sulle colline, si isolano del tutto dietro a muri di cinta impenetrabili, sorvegliati da telecamere e guardie armate. A Downtown, il nuovo piano regolatore ha fatto del distretto direzionale della città un vero e proprio castello feudale, le cui torri scintillanti sono separate dai quartieri poveri che le circondano da monumentali bastioni architettonici. A Hollywood, Frank Gehry, star dell'architettura locale, noto per il suo «umanesimo», crea l'apoteosi del look da stato d'assedio con una biblioteca pensata come un fortino della legione straniera. Nel distretto di Westlake e nella San Fernando Valley, la polizia impegnata nella «guerra alla droga», erige barricate permanenti nelle strade e sigilla interi quartieri poveri. A Watts, il costruttore Alexander Haagen ha presentato il suo progetto per ricolonizzare i centri urbani fatiscenti: un centro commerciale «panottico» circondato da reticolati metallici e un distaccamento permanente di polizia, in una torretta di sorveglianza. Infine, alle soglie del prossimo millennio, un ex-capo della polizia propone un «occhio gigante» contro il crimine - un satellite geostazionario a uso delle forze dell'ordine.

Benvenuti nella Los Angeles postliberal, dove la difesa dei livelli di vita di maggior lusso si traduce nella continua repressione dello spazio e del movimento, appoggiata dall'onnipresente Risposta Armata. Questa ossessione per i sistemi di sicurezza fisica e, contemporaneamente, per il controllo architettonico delle delimitazioni sociali, è diventata lo zeitgeist della ristrutturazione urbanistica, il tema centrale del nuovo ambiente edificato degli anni '90. Eppure, la teoria urbanistica contemporanea, pur dibattendo il ruolo delle tecnologie elettroniche nello spazio postmoderno e discutendo la dispersione delle funzioni urbane in una serie di «galassie» nell'agglomerato metropolitano policentrico, ha stranamente evitato di riconoscere la militarizzazione della vita cittadina così cupamente evidente a chi percorre le strade. Nelle sue apocalissi fantascientifiche Hollywood si è rivelata più consapevole e politicamente percettiva, rappresentando una superficie urbana indurita dalle polarizzazioni dell'era reaganiana. Immagini di centri urbani coatti (Fuga da New York, Running Man), squadre della morte poliziesche ad alta tecnologia (Blade Runner), edifici dotati di sensi (Die Hard), Bantustans urbani (They live!), guerriglie urbane di tipo vietnamita (Colors) e così via, per limitarci solo alle tendenze attuali.

Queste visioni distopiche indicano quanto l'odierna faraonica escalation nella sicurezza commerciale abbia soppiantato le speranze di una riforma urbana e di un'integrazione sociale. Le predizioni pessimiste fatte nel 1969, durante l'amministrazione Nixon, dalla National Commission on the Causes and Prevention of Violence si sono tragicamente avverate: viviamo in «città fortezze», brutalmente divise in «cellule fortificate» della società benestante e «luoghi di terrore» dove la polizia combatte i poveri criminalizzati. La Seconda Guerra Civile, cominciata nelle lunghe estati calde degli anni Sessanta è stata istituzionalizzata nella struttura dello spazio urbano. Il vecchio paradigma liberal di un controllo sociale che tenta di bilanciare repressione e riforma, è stato ormai sostituito da una retorica di guerra sociale nella quale gli interessi della middle class e delle classi povere non vengono più presi in considerazione. In città come Los Angeles, sulla cattiva strada della postmodernità, si può osservare la fusione senza precedenti della progettazione urbana, dell'architettura e dell'apparato di polizia in un unico, totale, sistema di sicurezza.

Questa coalescenza epocale ha importanti implicazioni per le relazioni sociali nell'ambiente edificato. In primo luogo, il mercato della sicurezza genera di per sé una sua domanda paranoica. La sicurezza diviene così un bene posizionale definito dall'accesso che il reddito consente a «servizi di protezione» privati o all'appartenenza a speciali enclaves residenziali e quartieri controllati. Come simbolo di prestigio - e qualche volta come linea di demarcazione fra coloro che sono semplicemente benestanti e i veramente ricchi - la sicurezza è unità di misura di una incoluminità personale, ma più ancora dell'isolamento dell'individuo da gruppi e persone indesiderabili nella sfera dell'habitat, del lavoro e dei viaggi.

(tratto da "La città di quarzo. Indagine sul futuro di Los Angeles" di Mike Davis, manifestolibri, 1993)